| Direttore artistico Giorgio Albertazzi 13 luglio - 5 agosto 2000 |
![]() |
Mi è sembrato piuttosto ingenuo nel senso americano del termine, l'abecedario del grande Harold Bloom "Come si legge un libro". Nel senso che contiene molti dei luoghi comuni amplificati per far colpo e alcuni paradossi: "L'abominevole Poe", "Pirandello che non ha scritto drammi", eccetera. Ma i suoi giudizi su Calvino e Borges restano, illuminanti, al di là dell'apprezzamento critico. Non si parla che di Calvino e di Borges in questo momento. "Dopo Calvino, niente" afferma Asor Rosa. E via di questo passo. Concordo, ovviamente. E si dà il caso che in questo periodo io abbia già messo in scena proprio Calvino e Borges. | 13-14
luglio |
| "Borges in tango: labirinti,
sogni e milonghe", è lo spettacolo nato nella Scuola di Volterra e che abbiamo
portato in giro; "Lezioni americane" di Calvino è andato in scena con la regia
di Orlando Forioso al Théâtre des Italiens di Parigi, Rond Point Champs Elysèes,
diretto da Maurizio Scaparro, nella seconda metà di maggio. Sull'onda della moda?
Albertazzi afferma il trend letteratura-spettacolo? Non ci sarebbe niente di strano, ma
non è così. Calvino, che leggo da sempre, a cui avevo già pensato per una messa in
scena de "Il barone rampante", è nato dal suggerimento di qualcuno: perché non
fai le Lezioni di Calvino con un violoncello che entra ed esce, interpreta e accompagna?
Da tempo mi resta difficile pensare uno spettacolo senza musica (nel Borges ci sono tre
strumenti in scena e sedici pezzi cantati, autore Mario Modestini, che è anche l'autore
delle musiche per Calvino). Allora perché mi piace il Calvino di Lezioni? Primo, perché sto lì davanti al pubblico e "parlo" (tra virgolette perché pare che come per "Le memorie di Adriano", il "Borges" stesso o "Eros voglio cantare" ed altro, non si tratti poi, alla resa dei fatti, soltanto di "parlare"). Mi lega a Calvino l'amore estetico per il cavallo, il gusto per la "leggerezza" che non è superficialità ("dov'è la profondità? - dice una tavoletta orfica - è chiaro: in superficie"), la sua voglia di scrivere teatro, il suo fondo di anarchismo, al di là delle scelte partitiche, il fatto che credesse nelle "sirene", il piacere della lettura scoperto con i libri della giungla di Kipling, il fatto che "la donna" sia necessaria, nel senso che devi vederla sempre e sentirla. Avevo pensato di scrivere "Il visconte dimezzato"; poi scoprii che l'aveva già scritto lui. Anch'io per un anno sono stato iscritto alla facoltà di agraria dell'università di Firenze, che poi lasciai per architettura. Vorrei recitare (che orribile parola!) il Calvino delle Lezioni, pensando a una conferenza sulla "Leggerezza", che, via via, si trasforma in qualcos'altro. Giorgio Albertazzi |
||